Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

Concerto in nome dell’Immacolata e di San Gennaro

Posted by on Dic 11, 2019

Concerto in nome dell’Immacolata e di San Gennaro

– CITTA’ DI NAPOLI – In occasione del 125º anniversario della morte di Francesco II di Borbone, la giovane Fondazione “Francesco II delle Due Sicilie” ha assegnato il suo omonimo Premio nella sua prima Edizione alla Città di Arco, e poi alla Eccellentissima Deputazione della Real Cappella del Tesoro di San Gennaro per gli alti meriti culturali nel mondo.

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La Battaglia del Macerone

Posted by on Nov 21, 2019

La Battaglia del Macerone

Questa volta il nostro inviato speciale RIN, è stato incaricato di fare un “reportage” sulla battaglia del Macerone, anche questa del tutto sconosciuta, perché volutamente cancellata dalla storiografia ufficiale fabbricata dai conquistatori piemontesi. Generalmente, quando si cancella o si modifica un avvenimento, è perché se ne ha vergogna. Ed anche in questo caso la parola “vergogna” esprime molto poco. In questi avvenimenti si trova di tutto: menzogne, tradimenti, assassinii, vigliaccheria, ladrocini e fucilazioni, tante fucilazioni. Di questi putridi disvalori, senza possibilità di smentite, si nutre la gloria dei Savoia e dei loro lanzichenecchi, del Risorgimento, dell’unità d’Italia. È terribile rendersi conto di queste verità incontrovertibili, ma è ancora piú terribile rendersi conto che ancora oggi questi avvenimenti vengono nascosti e mistificati. Il motivo non può che essere uno solo: il Sud è ancora una colonia e i suoi popoli non devono mai conoscere la verità.

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Proclama reale di Francesco II

Posted by on Ott 4, 2019

Proclama reale di Francesco II

POPOLI DELLE DUE SICILIE

Da questa Piazza dove difendo piú che la mia corona l’indipendenza della patria comune, si alza la voce del vostro Sovrano per consolarvi nelle vostre miserie, per promettervi tempi piú felice. Traditi ugualmente, ugualmente spogliati, risorgeremo allo stesso tempo dalle nostre sventure; ché mai ha durato lungamente l’opera della iniquità, né sono eterne le usurpazioni.

Ho lasciato perdersi nel disprezzo le calunnie; ho guardato con isdegno i tradimenti, mentre che tradimenti e calunnie attaccavano soltanto la mia persona; ho combattuto non per me ma per l’onore del nome che portiamo. Ma quando veggo i sudditi miei che tanto amo in preda a tutti i mali della dominazione straniera, quando li vedo come popoli conquistati portando il loro sangue e le loro sostanze ad altri paesi, calpestati dal piede di straniero padrone, il mio cuore napolitano batte indegnato nel mio petto, consolato soltanto dalla lealtà di questa prode armata, dallo spettacolo delle nobili proteste che da tutti gli angoli del Regno si alzano contro il trionfo della violenza e dell’astuzia.
Io sono napolitano ; nato tra voi, non ho respirato altra aria, non ho veduto altri paesi, non conosco altro che il suolo natio.

Tutte le mie affezioni sono dentro il Regno : i vostri costumi sono i miei costumi : la vostra lingua è la mia lingua; le vostre ambizioni mie ambizioni. Erede di una antica dinastia che ha regnato in queste belle contrade per lunghi anni ricostituendone l’indipendenza e l’autonomia, non vengo dopo avere spogliato del loro patrimonio gli orfani, dei suoi beni la Chiesa ad impadronirmi con forza straniera della piú deliziosa parte d’Italia. Sono un principe vostro che ha sacrificato tutto al suo desiderio di conservare la pace, la concordia, la prosperità tra’ suoi sudditi.
Il mondo intero l’ha veduto; per non versare il sangue ho preferito rischiare la mia corona. I traditori pagati dal nemico straniero sedevano accanto a’ fedeli nel mio consiglio ; ma nella sincerità del mio cuore, io non poteva credere al tradimento. Mi costava troppo punire; mi doleva aprire, dopo tante nostre sventure, un’era di persecuzioni; e cosí la slealtà di pochi e la clemenza mia hanno aiutata l’invasione piemontese pria per mezzo degli avventurieri rivoluzionari e poi della sua armata regolare, paralizzando la fedeltà de’ miei popoli, il valore de’ miei soldati.

In mano a cospirazioni continue non ho fatto versare una goccia di sangue, ed hanno accusata la mia condotta di debolezza. Se l’amore il piú tenero pe’ miei sudditi, se la fiducia naturale della gioventú nella onestà degli altri, se l’orrore istintivo al sangue meritano questo nome, sono stato certamente debole. Nel momento in che era sicura la rovina de’ miei nemici, ho fermato il braccio de’ miei generali per non consumare la distruzione di Palermo, ho preferito lasciare Napoli, la mia propria casa, la mia diletta capitale per no esporla agli orrori di un bombardamento, come quelli che hanno avuto luogo piú tardi in Capua ed in Ancona. Ho creduto nella buona fede che il Re del Piemonte che si diceva mia fratello, mio amico, che mi protestava disapprovare la invasione di Garibaldi, che negoziava col mio governo una alleanza intima pe’ veri interessi d’Italia, non avrebbe rotto tutt’i patti e violate tutte le leggi, per invadere i miei Stati in piena pace, senza motivi né dichiarazioni di guerra. Se questi erano i niei torti, preferisco le mie sventure a’ trionfi de’ miei avversari.

Io aveva data una amnistia, aveva aperto le porte della patria a tutti gli esuli, conceduto a’ miei popoli una costituzione. Non ho mancato certo alle mie promesse. Mi preparava a garantire alla Sicilia istituzioni libere che consecrassero con un parlamento separato la sua indipendenza amministrativa ed economica rimuovendo ad un tratto ogni motivo di sfiducia e di scontento. Aveva chiamato a’ miei consigli quegli uomini che mi sembrarono piú accettabili all’opinione pubblica in quelle circostanze, ed in quanto me lo ha permesso l’incessante aggressione di che sono stato vittima, ho lavorato con ardore alle riforme, a’ progressi, ai vantaggi del comune paese.

Non sono i miei sudditi che mi hanno combattuto contro; non mi strappano il Regno le discordie intestine, ma mi vince l’ingiustificabile invasione d’un nemico straniero. Le Due Sicilie, salvo Gaeta e Messina, questi ultimi asili della loro indipendenza, si trovano nelle mani del Piemonte. Che ha dato questa rivoluzione ai niei popoli di Napoli e di Sicilia? Vedete lo stato che presenta il paese. Le finanze un tempo cosí floride sono completamente rovinate : l’amministrazione è un caos : la sicurezza individuale non esiste. Le prigioni sono piene di sospetti : in vece della libertà, lo stato di assedio regna nelle province, ed un generale straniero pubblica la legge marziale, decreta la fucilazione istantanea per tutti quelli dei miei sudditi che non s’inchinano alla bandiera di Sardegna. L’assassinio è ricompensato, il regicidio merita una apoteosi; il rispetto al culto santo de’ nostri Padri è chiamato fanatismo; i promotori della guerra civile, i traditori del proprio paese ricevono pensioni che paga il pacifico contribuente. L’anarchia è da per tutto. Avventurieri stranieri han rimestato tutto, per saziare l’avidità o le passioni dei loro compagni. Uomini che non hanno mai veduta questa parte d’Italia, o che hanno dimenticato in lunga assenza i suoi bisogni, formano il vostro governo. In vece delle libere istituzioni che io vi aveva date e che era mio desiderio sviluppare, avete avuta la piú sfrenata dittatura, e la legge marziale sostituisce adesso la costituzione. Sparisce sotto i colpi de’ vostri dominatori l’antica monarchia di Ruggiero e di Carlo III, e le due Sicilie sono state dichiarate province di un Regno lontano. Napoli e Palermo saranno governati da prefetti venuti da Torino.

Ci è un rimedio per questi mali, per le calamità piú grandi che prevedo. La concordia, la risoluzione, la fede nell’avvenire. Unitevi intorno al trono de’ vostri padri. Che l’obblio copra per sempre gli errori di tutti; che il passato non sia mai pretesto di vendetta, ma pel futuro lezione salutare. Io ho fiducia nella giustizia della Provvidenza, e qualunque sia la mia sorte, resterò fedele a’ miei popoli ed alle istituzione che ho loro accordate. Indipendenza amministrativa ed economica tra le due Sicilie con parlamenti separati; amnistía completa per tutt’i fatti politici; questo è il mio programma. Fuori di queste basi non ci sarà pel paese, che dispotismo o anarchia.

Difensore della sua indipendenza, io resto e combatto qui per non abbandonare cosí santo e caro deposito. Se l’autorità ritorna nelle mie mani sarà per tutelare tutt’i diritti, rispettare tutte le proprietà, garantire le persone e le sostanze de’ miei sudditi contra ogni sorta di oppressione e di saccheggio. E se la Provvidenza nei suoi alti disegni permette che cada sotto i colpi del nemico straniero l’ultimo baluardo della monarchia, mi ritirerò con la coscienza sana, con incrollabile fede, con immutabile risoluzione; ed aspettando l’ora inevitabile della giustizia, farò i piú fervidi voti per la prosperità della mia patria, per la felicità di questi popoli che formano la piú grande e piú diletta parte della mia famiglia.
Preghiamo il sommo Iddio e la invitta Immacolata protettrice speciale del nostro paese, onde si degnino sostener la nostra causa. — Gaeta 8 Dicembre 1860.

Firmato — FRANCESCO

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La farmacia Ignone e il tradimento a Francesco II

Posted by on Set 22, 2019

La farmacia Ignone e il tradimento a Francesco II

Oggi non esiste più. La farmacia Ignone era la farmacia ufficiale della Real Casa Borbone delle due Sicilie. La farmacia Ignone aveva fornito per secoli i re di Napoli, aiutandoli a curarsi dalle malattie e dai malanni. Questa farmacia si trovava all’inizio di via Chiaia, sotto la foresteria, quella che oggi è il palazzo della prefettura.

Gli Ignone fino al 4 settembre 1860 si erano sempre dichiarati “devotissimi al re”; già, fino a quella data, perchè poi tutto cambiò. I giorni che precedettero il 7 settembre, data dell’ingresso di Giuseppe Garibaldi a Napoli, furono molto burrascosi in città. Il popolo era stato avvisato dell’imminente arrivo dell’ “eroe dei due mondi” alla stazione e non voleva farsi trovare impreparato. Francesco II era concentratissimo sul da farsi, per il futuro del Regno. Stava preparando l’atto con il quale avvertiva i napoletani della sua partenza, per impedire che la capitale potesse subire vittime e danni materiali dall’avanzata nemica ( cosa che invece avvenne). Contemporaneamente inviava a tutte le Corti europee una protesta contro l’acquiescenza di queste ultime agli accadimenti rivoluzionari nel Sud d’Italia. Questo proclama sarebbe stato pubblicato il 5 settembre di quello stesso anno.

Il re aveva una sana abitudine che aveva appreso dai suoi avi: farsi vedere in giro, farsi conoscere dalla sua gente. Si dice infatti che, come il suo bisnonno Ferdinando I delle Due Sicilie, era solito parlare in napoletano. Dunque, come dicevamo all’inizio dell’articolo, il 4 settembre del 1860 sarà una data traumatica per il re; questa giornata segna la più grande ferita per Francesco II perché sarà il giorno in cui capirà che anche il suo popolo gli aveva girato le spalle. Solo pochi mesi prima, il 26 giugno, aveva concesso la Costituzione, per ingraziarsi gli abitanti del suo Regno.

Il 4 settembre il Sovrano, in compagnia della moglie Maria Sofia e di altri due uomini, decise di fare una passeggiata, la sua ultima passeggiata, per le strade di Napoli, utilizzando una carrozza di legno scoperta. Molti furono gli uomini e le donne che si inchinarono e si tolsero il cappello in segno di rispetto. Ma non fecero in tempo nemmeno a fare cento metri che la carrozza dovette fermarsi, per un ingombro di vetture e carri; gli operai ingaggiati dalla farmacia Ignone avevano ostruito il passaggio. C’era una grossa scala con sopra un operaio, che, forse per sfida, forse in segno di libertà, non badò alla presenza del re e continuò a svolgere il proprio lavoro.

Gli Ignone infatti si preparavano ad accogliere Garibaldi e i suoi mille nel migliore dei modi, e non vollero farsi trovare coi simboli borbonici. A Napoli erano presenti dappertutto gli araldi dei Borbone: da palazzo San Giacomo alle ringhiere che proteggevano le statue equestri di piazza del Plebiscito, ovunque si potevano guardare gli stemmi della dinastia reale. Così la farmacia della Real Casa Borbone delle due Sicilie, baluardo da sempre della monarchia, si apprestava anch’essa a smontare ogni riferimento alla famiglia dei Borbone: scomparvero la scritta REALE e i gigli. Re Franceschiello rideva e scherzava e addirittura fece pervenire alla famiglia Ignone un quadro direttamente dal Palazzo Reale, in segno di ringraziamento per il lavoro svolto negli anni. Il giorno dopo il re e la regina partirono alla volta di Gaeta, imbarcandosi sulla nave Messaggero.

Rivolgendosi al fedelissimo Vincenzo Criscuolo, unico suddito a potersi rivolgere al Re e alla Regina con l’appellativo di “Signore” e “Signora”, Francesco II pronunciò una frase profetica sul futuro del sud: “Vincenzino, i napoletani non hanno voluto giudicarmi a ragion veduta; io però ho la coscienza di avere fatto sempre il mio dovere, ad essi rimarranno solo gli occhi per piangere”. E come per magia, la farmacia Ignone non riuscì a sopravvivere e ad oggi non esiste più. Nulla gli valse l’aver tradito il suo re.

Francesco Li Volti 

fonte  https://www.storienapoli.it/2019/09/19/la-farmacia-ignone-e-il-tradimento-a-francesco-ii/

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