Alta Terra di Lavoro

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LE FORBICI DELL’IDEOLOGIA di GUIDO VERNA

Posted by on Mar 16, 2020

LE FORBICI DELL’IDEOLOGIA di GUIDO VERNA

Premessa

La messa in onda, in occasione della Giornata della Memoria del 2005, di uno sceneggiato televisivo — Il cuore nel pozzo —, cui fanno da sfondo l’esodo giuliano-dalmata del 1945-1954 e i massacri comunisti delle foibe, ha riproposto sulla stampa nazionale la diatriba sul revisionismo storico, che, ormai, ricorre con ciclicità quasi «femminile».

In attesa della «menopausa» — che, se produce sterilità nel corpo della donna, provoca al contrario prolificità in quello della storia — credo non sia inutile, cercare di dare risposta a qualche domanda sull’argomento.

Per esempio: dal momento che nel racconto del passato non si può non rilevare l’esistenza di non poche frasi smozzicate e memorie frammentarie o, addirittura, non di rado, di densi silenzi, ci si può domandare: perché esistono? Si tratta solo di una forma di balbuzie o di mutismo espositivi, generati da difetti accidentali degli apparati fonatorio e mnemonico del narratore, o sono, piuttosto, comportamenti strutturali, culturali, acquisiti, «di scuola», per cui rappresentano il naturale esito dell’esercizio dei criteri «per fare cultura», dettati appunto da tale scuola?Il novum del «secolo breve»

Si dice — ed è in parte sempre vero — che la storia la scrivono i vincitori. Il novum di questo «secolo breve», il secolo dei totalitarismi, non mi pare però la deformazione del fatto o la sua invenzione a fini mitologici da parte dei vincitori — ci sono anche queste, e in misura talvolta insopportabile, ma almeno dall’Illuminismo in avanti sono state pratiche consuete —, quanto la rimozione del fatto: mai come nel secolo scorso è accaduto, che di alcuni eventi della storia si sia trattato non come se fossero accaduti in un determinato modo piuttosto che in un altro, ma proprio come se non fossero mai accaduti.

Questo vale, per esempio, per quello straordinario fenomeno che è stata l’Insorgenza anti-napoleonica, vale in parte per il cosiddetto Risorgimento, vale per le foibe titine, vale per la strage di polacchi a Katyn, vale per il più grande totalitarismo della storia dell’uomo, il comunismo, che, a oltre quindici anni dalla caduta del Muro di Berlino, continua ad essere materia di studio e di interesse per «iniziati», per lo più marginalizzati, senza che siano coinvolti su questo tema, se non per vie tangenziali, i grandi giornali o il cinema. Al punto che il filosofo francese Alain Besançon nel suo Novecento, il secolo del male (trad. it., Ideazione, Roma 2000), se ha potuto acutamente parlare di «ipermnesia» per l’altro grande totalitarismo — il nazionalsocialismo —, parla invece di «amnesia» per il comunismo, intuendo felicemente che «amnesia» equivale in fondo o è una pre-condizione per l’«amnistia».Perché questo novum: il sogno ideologico

Per cercare una risposta alle domande poste è necessario, per usare il brutto linguaggio di oggi, risalire «a monte», ossia ai caratteri del sogno ideologico — e perciò utopico e perciò sanguinario — del Grande Totalitarismo. Ridotto all’osso, esso consisteva semplicemente in questo: rifare il mondo nella sua globalità, compreso l’uomo. Per questo non bastava vincere, era necessario convincere; non bastava conquistare il corpo, la libertà, dell’uomo, era necessario conquistare la sua mente e il suo cuore.

Il sogno valeva ovviamente per il domani, ma fatalmente aveva un impatto sul presente e, quindi, sul passato: incrociava inesorabilmente la storia. Perché un uomo è quello che è, soprattutto per quello che è stato; ha alle spalle — forse latenti, ma comunque mai totalmente ininfluenti — una famiglia, una comunità, una lingua, una nazione: cioè una storia. Legami, più o meno forti che siano, che lo tengono comunque annodato a un contesto di affetti e di ragioni, di modi di vivere e di pensare: e sono questi i benefici vincoli della sua identità, il tessuto che sostiene il «senso» della sua esistenza. Nel suo passato — bello o brutto che sia — trova la risposta al suo «essere» attuale e — quindi, se non lo deformerà — al suo «dover essere» in futuro.

Tutto questo rappresentava per il sogno ideologico un ostacolo difficilmente sormontabile, che doveva perciò in tutti i modi essere rimosso, per distruggere nell’uomo l’identità «inautentica», portata dalla storia, e per «aprirlo» al futuro, dove avrebbe acquisito la sua «nuova» e finalmente autentica identità.La lezione di un maestro

Ciò posto, affido le risposte dapprima alla sapienza di un maestro di storia come Marco Tangheroni, attingendo soprattutto — e copiosamente — a un suo non dimenticato saggio del 1978 (La «Leggenda nera» sul Medioevo, apparso in Cristianità, anno VI, n. 34-35, febbraio-marzo 1978, pp. 6-9).

A chi preliminarmente avesse obiettato che il suo angolo visuale era estremo — il saggio iniziava con il riferimento al provvedimento assunto nel 1919 dalla repubblica ungherese di Béla Kun, secondo cui, «È abolito l’insegnamento della storia» —, perché «[…] in realtà, il marxismo-leninismo, soprattutto nella sua versione italiana ispirata a Gramsci, si presenta […] come storicismo», Tangheroni ricordava che, «[…] a parte l’indubbia e legittima utilità di vedere gli sbocchi estremi di certe tesi e posizioni per meglio comprenderleè proprio connaturale allo storicismo marxista, e anzi ad ogni storicismo, lo stravolgimento mutilante del passato».

Ma se «[…] per realizzare [l’obiettivo di cambiare la natura umana, proprio del tragico sogno ideologico, bisogna] cancellare ogni forma di «memoria» sociale e individuale», [allora, per questa operazione] non è necessario […] fare sempre e totale tabula rasa del passatoSono sufficienti, infatti, due tipi di operazioni: a) agire selettivamente sul passato; b) agire su questo stesso passato in modo falsificante» (p. 6).

Se molte risposte alle domande iniziali si possono da qui già intuire, quelle a mio parere definitive e totalmente esaurienti si possono cogliere da quanto scrive subito dopo: «Per ogni storicismo l’unica positività della storia è data dalle realtà che sopravvivono nelle epoche successive; tutto il resto è negatività. Quando si afferma che nel passato ciò che interessa è quanto fa ancora in qualche modo parte del presente, si additano allo storico due compiti: in primo luogo indicare nei secoli passati i primi germi embrionali delle radiose conquiste di oggi e di domani; in secondo luogo indicare le resistenze, le inerzie, i tabù e le superstizioni che ancora vincolano il presente e da cui occorre liberarsi per realizzare il paradiso in terra. […] Questo, appunto, chiamo criterio di selettività. Quanto alla falsificazione, essa è qualcosa di diverso e di più raffinato dei semplici alterazioni della verità storica (che in una certa misura, forse, i vincitori hanno sempre fatto). Essa, infatti oggi è legittimata e teorizzata, fondata com’è sul concetto — storicistico — di senso della storia. L’affermazione secondo cui «la verità è sempre rivoluzionaria» va dunque intesa nel suo senso profondo: soltanto ciò che è rivoluzionario, ossia nella linea del senso della storia, può essere considerato vero» (ibidem).

La lezione dei «maestri» degli «altri»: il novum è presente ab origine

Questo è il punto che identifica e definisce quello che ho chiamato «la scuola»: l’attività degli allievi beneducati deve essere tesa non alla ricerca del «vero», bensì ad un «fine» estrinseco all’ambito di competenza e considerato «più alto» nella loro prospettiva. Applicando questi principi alla storia, allora essa non è più il racconto dell’accaduto, ma una «organizzazione» dell’accaduto, con invenzioni ed espunzioni, tagli e cuciture, scoloriture e ritinteggi, in funzione di un preciso progetto, redatto per determinare eventi a venire.

Uno storico marxista, perciò, non è un disonesto o cattivo storico, è semplicemente uno storico, che ha della storia una idea propria: il fatto, nella sua prospettiva, non è una pietra, con la quale eventualmente scontrarsi, ma è come la plastilina, modellabile e riconfigurabile a piacimento o, addirittura, «non figurabile», lasciata allo stato informe.

Ora, finché tutto questo rimane in filigrana, come consapevolezza dei soli «tecnici», nulla pauca quaestio; quando invece prova ad uscire dalle «segrete stanze» per diventare di dominio pubblico, con il rischio di generare consapevolezza anche nel lettore medio, allora si rialzano i toni, si fa quadrato e si rilancia la parola magica «revisionismo». E questo atteggiamento reattivo attraversa non solo il milieu marxista, ma quasi tutta la corporazione dei «tecnici»: se ai primi dispiace che venga alla ribalta il loro modo di «fare storia», negli altri forse nasce il timore che qualcuno possa loro chiedere: ma ieri, dove avevate rivolto lo sguardo, se non vi siete accorti di nulla giacché nulla ci avete raccontato?

Eppure, guardando con un po’ di attenzione ai luoghi dove quella «scuola» stava radicandosi con tragico successo, ossia nei paesi del «socialismo reale», non mancavano indizi illuminanti per cogliere tempestivamente, dove stava andando a parare quel modo di «fare la storia». Ne riporto solo qualcuno.

Il primo lo attingo dal citato saggio di Marco Tangheroni: «È abolito l’insegnamento della storia». Questo esplicito e brutale provvedimento preso dalla repubblica comunista ungherese di Béla Kun nel 1919, durante la sua breve e sanguinaria esistenza, chiarisce bene l’assoluta necessità, per il processo rivoluzionario, di recidere i legami della società e degli individui col passato» (ibidem).

Il secondo, che traggo da Storia dell’URSS, dal 1917 a Eltsin di Mihail Geller e Aleksandr Nekrič (trad. it., Bompiani, Milano 1997, p. 338), suona così: «Il secondo grande avvenimento del 1936 furono le Osservazioni di Stalin, Zdanov e Kirov al “progetto di manuale della Storia dell’URSS” e al progetto di manuale di Storia moderna. Redatte nel luglio del 1934, le Osservazioni furono pubblicate solo 18 mesi dopo, completando il processo di nazionalizzazione della vita spirituale della società sovietica. Era un fatto di enorme importanza: si trattava di sottoporre a statalizzazione la memoria».

Il terzo, infine, lo desumo dagli stessi autori, che nel loro lavoro citano tre brani della Pravda, l’organo ufficiale del partito Comunista sovietico, apparsi nel 1936. «“La storia marxista-leninista” diventa “la verità scientifica sul passato”. Sua prima funzione è quella di legittimare il potere di Stalin, in quanto individuo che incarna il partito, che incarna il proletariato rivoluzionario, che incarna l’idea di progresso. La sua seconda funzione è quella di educare il nuovo uomo sovietico. “La storia deve essere in mano ai bolscevichi, una scienza concreta, una verità oggettiva e con ciò stesso una grande arma nelle lotte per il socialismo” scrive la Pravda. O ancora: “Il partito dei bolscevichi attribuisce una grandissima importanza alla storia nell’educazione politica del cittadino sovietico, combattente per la propria patria, e costruttore del socialismo”. La concezione della storia come scienza «concreta» e «verità oggettiva» o, in altri termini, come un semplice strumento utilizzato con il massimo disprezzo dei fatti e della verità, il tutto a scopo pedagogico era una concezione completamente condivisa da un altro demiurgo dell’«uomo nuovo», Adolf Hitler: “Non si impara la storia solo per sapere quello che è successo, ma per trovare in essa una maestra dell’avvenire e della conservazione del suo popolo”» (ibidem).Buoni consigli su che fare

Ora — ampiamente concesso che in Italia le cose siano andate un po’ diversamente e che il tempo e lo spazio che ci separano dalle citazioni è molto grande — resta il fatto che è proprio la mai venuta meno sintonia comportamentale degli «allievi» con i precetti originali della «scuola» a confermare la secondarietà delle distanze rispetto allo spirito e alla mentalità da essa imposti e assorbiti.

La balbuzie o i silenzi nel racconto degli accadimenti umani non sono pertanto casuali, generati da difetti o limiti personali ma hanno invece natura strutturale; è semmai diverso il grado di realizzazione sia del fine — l’uomo nuovo — sia del mezzo — nell’ambito in esame: l’atteggiamento manomissorio verso il passato —, perché tale grado dipende dal potere che si riesce a conquistare. In Italia non è stato — e non è tuttora — piccolo: per cui nella nostra storia ci sono buchi e frammenti incomprensibili altrettanto rilevanti. Il compito che attende gli storici senza aggettivi specificativi è di riempire finalmente gli uni e di ampliare e di armonizzare gli altri, ricuperando anzitutto per se stessi la funzione di narratori del vero e liberando, infine, la loro attività dalle categorie o catene ideologiche e affrancando il racconto della storia dalla subalternità a «fini più alti». Ma non sarà facile, perché se il radioso «sole dell’avvenire» non è mai sorto, altri soli di dimensioni ridotte, ma non meno pericolosi, sono stati predisposti per tener viva l’illusione di un futuro illuminato dalla loro luce.

La percezione immediata del triste e rovinoso destino che incombeva sul fatto che la storia fosse funzionale al Grande Totalitarismo fu propria, fra gli altri, di George Orwell, che la sintetizzò in questa maniera folgorante: «Chi controlla il passato controlla il futuro» (cit. ibid., p. 5) e che descrisse così, nel suo 1984, la «società senza memoria»: «[…] Non capisci che il passato, cominciando da ieri stesso, è stato virtualmente abolito?[…] Ogni documento è stato distrutto o falsificato, ogni libro è stato riscritto, ogni quadro è stato ridipinto, ogni statua, ogni strada, ogni edificio hanno avuto mutato il nome, ogni data è stata alterata. E questo processo va avanti giorno per giorno, minuto per minuto. La storia si è fermata. Non esiste se non un presente senza fine, nel quale il Partito ha sempre ragione» (cit. ibid., p. 340).

Oggi il Partito non c’è più, ma la mentalità e la «tecnica storica», che esso ha diffuso permangono e si ri-orientano. Non è più il Partito che deve avere sempre ragione, ma sono i suoi figli culturali, che continuano ad arrogarsi personalmente questo diritto, in attesa di ritrovare un nuovo «fine più alto», in grado di far risalire la dignità della loro difesa dal piano personale a quello generale.

Da ultimo, occorre ricordare che il Grande Sogno Ideologico alle spalle della «scuola» trovava le sue ragioni veritative nella storia, da cui, peraltro, esso stesso, non solo i suoi avversari, nel percorso della sua parabola novecentesca, è stato falsificato. Se nel grande racconto dell’avventura umana erano inscritte la scientificità del progetto rivoluzionario e la sua ineluttabile vittoria, non doveva perciò sorprendere come «nell’ideologia sovietica, la storia [occupasse] un posto centrale. Il carattere teleologico di quest’ideologia fa della storia un fattore di legittimazione: la storia legittima il polso che guida alla Meta. “A ogni grande zig-zag della storia, bisogna rifare la storia stessa” […] diceva Trockij» (M. Geller e A. Nekrič, op. cit., p. 338).

Potrei dire: giusto, anzi è un dovere di giustizia. Ma allora: il 1989, con la caduta del Muro, è stato o no «un grande zig-zag della storia»? Essendolo stato senz’altro — e non grande, ma grandissimo —, non ci si può esimere dal dovere enunciato da Trockij: «bisogna rifare la storia stessa». Magari facendo tesoro anche dei consigli di Maksim Gor’kij — assumendone però solo lo spirito e cambiando le lampade —, descritti in questa lapidaria affermazione: «Dobbiamo conoscere tutto ciò che è accaduto in passato, ma non come ce l’hanno raccontato fino ad oggi, bensì alla luce dell’insegnamento di Marx, Lenin e Stalin» (cit. ibid., p. 5). Il dovere trockiano si traduce gorkianamente nel «come» dell’adempimento: «conoscere tutto ciò che è accaduto in passato, ma non come ce l’hanno raccontato fino ad oggibensì...» — utilizzando lampade de-ideologizzate — alla luce di quanto è davvero accaduto, alla luce della nostra identità e, se è permesso, della nostra vocazione nazionale.

fonte http://www.identitanazionale.it/rifl_w001.php

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